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Fino a qualche decennio fa in
Sardegna si praticava l'eutanasia.
Era compito di sa femmina accabbadora procurare la morte a persone in agonia.
Studi
approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta presso curie e
diocesi sarde e presso musei, hanno accertato la reale esistenza di
questa figura.
S'accabadora era una donna che, chiamata dai familiari del
malato terminale, provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue
sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un
atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le
classi sociali meno abbienti: negli stazzi della Gallura e nei piccoli
paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo, serviva ad evitare
lunghe e atroci sofferenze al malato.
Sa femmina accabbadora arrivava nella casa del moribondo sempre di
notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano chiamata,
entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il moribondo,
dal suo letto d’agonia, vedeva entrare sa femmina accabadora vestita
di nero, con il viso coperto, e capiva che la sua sofferenza stava per
finire.
Il malato veniva soppresso con un cuscino, oppure la donna assestava
il colpo de su mazzolu provocando la morte.

S'accabbadora andava via
in punta di piedi, quasi avesse compiuto una missione, ed i familiari
del malato le esprimevano profonda gratitudine per il servizio reso al
loro congiunto offrendole prodotti della terra.
Quasi sempre il colpo era diretto alla fronte, da cui, probabilmente,
il termine accabbadora, dallo (spagnolo?) acabar, terminare, che
significa alla lettera dare sul capo. Su mazzolu era una sorta di
bastone appositamente costruito e che si puo' vedere nel Museo
Etnografico Galluras. E' un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e
largo 20, con un manico che permette un'impugnatura sicura e precisa.
Su mazzolu esistente al museo Galluras e' stato trovato nel
1981: s'accabbadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a
un vecchio stazzo che una volta era la sua casa.
In Sardegna s'accabbadora ha esercitato fino a pochi decenni fa,
soprattutto nella parte centro-settentrionale dell’isola. Gli ultimi
episodi noti di accabbadura avvennero a Luras nel 1929 e a Orgosolo
nel 1952. Oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati
alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia. Molti ricordano un
nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che fare con la signora
vestita di nero.
A Luras, in Gallura, s'accabbadora uccise un uomo di 70 anni. La donna
non fu condannata e il caso fu archiviato. I carabinieri, il
Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi
che si tratto' di un gesto umanitario. Infatti tutti sapevano e tutti
tacevano, nessuna condanna sembra sia stata mai perpetrata nei
confronti di questa donna missionaria che si faceva carico
materialmente e moralmente di porre fine alle sofferenze del malato.
La sua esistenza e' sempre stata ritenuta un fatto naturale... come
esisteva la levatrice che aiutava a nascere, esisteva s'accabbadora
che aiutava a morire. Si dice addirittura che spesso era la stessa
persona e che il suo compito si distinguesse dal colore dell'abito
(nero se portava la morte, bianco o chiaro se doveva far nascere una
vita).
Questa figura, espressione di un fenomeno socio-culturale e storico e'
la pratica dell’eutanasia, nei piccoli paesi rurali
della Sardegna e' legata al rapporto che i sardi avevano con la morte.
Nella cultura della comunita' sarda, non e' mai esistito una vera paura
di fronte agli ultimi istanti della vita dell'uomo. Si puo' anzi dire
che i sardi avessero una propria e personale gestione della morte,
considerata il naturale ciclo della vita.
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